Le violette di Ada Negri, la poetessa che amava trascorrere le sue vacanze nel varesotto

 

 

 “Anche quest’anno andrai per violette
lungo le prode, nel febbraio acerbo.
Quelle pallide, sai: che han tanto freddo,
ma spuntano lo stesso, appena sciolte
l’ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio
ti dicono: «Domani è primavera.»…”  


 

Le violette sono tra i primi fiori che sbocciano a febbraio, piccole e modeste sono il simbolo di un nuovo risveglio della natura e della primavera ormai prossima. Non importa se il tempo è ancora inclemente, le timide violette ci infondono la speranza che il bel tempo sta per diventare realtà.

E’ stato un piacere rileggere nei giorni scorsi questa poesia di Ada Negri, una poetessa che amo. A lei ho dedicato alcune pagine del mio libro “Dove le pietre raccontano antiche storie”, pubblicato nel 2012, che ripropongo oggi, a ricordo dei periodi di villeggiatura trascorsi nel varesotto.

 

Ada Negri

Lodi 3.2.1870

Milano 11.1.1945

Famosa poetessa e scrittrice, è ricordata anche per essere stata la prima ed unica donna ad essere chiamata a far parte dell’Accademia d’Italia. Con la sua poesia e con la sua vita appassionata e movimentata ha affascinato generazioni di lettori.

La poetessa più popolare e amata del primo novecento veniva in villeggiatura, con la madre, a Cassinelli, poco oltre Veddo e “al di là della Caviggia”.

Qui ha trascorso le vacanze durante l’estate del 1893. La conferma la troviamo nelle date della corrispondenza che segue, scritta proprio “Da Veddo” e nella cronaca de “La Nuova Tresa” che così riporta: “Maccagno Sup. La celebre poetessa Ada Negri, è qui molto conosciuta, avendovi villeggiato nello scorso autunno insieme a sua madre. Il luogo prediletto ove si fermava a studiare era vicino alla pittoresca cascata d’acqua ai Cassinelli, sotto la strada della Valle Veddasca al di là della Caviggia. Negli scorsi giorni il Corriere della Sera ed altri giornali si occuparono della sollaudata valente scrittrice, e tutti i suoi ammiratori ed ammiratrici facevano a gara nel procurarsi e leggere i giornali medesimi compiacendosi che la verità sia venuta a galla.”

Ada Negri ritorna poi nella casa di Cassinelli nell’estate del 1895 e, ancora il settimanale “La nuova Tresa”, il 28 luglio scrive: “Fra i nostri ospiti villeggianti nella corrente stagione abbiamo il piacere di rivedere la simpatica poetessa, signorina Ada Negri, colla di lei madre.”

Anche Leopoldo Giampaolo, nella “Storia breve di Maccagno Inferiore...” pubblicato nel 1962, ricorda la villeggiatura della poetessa e scrive: “Ancora a Veddo sorge sulla mulattiera per la Veddasca l’oratorio dedicato alla Madonna della Neve, localmente indicato col nome di oratorio di Bruganten dal nome della località. Il 5 agosto, giorno della festa della chiesa vi sale parecchia gente. Sul piccolo sacrato amava sostare a lungo Ada Negri quando villeggiava a Veddo”.

Ma prima ancora, già nel 1896, Luigi Zanzi, in un articolo pubblicato sul “Supplemento mensile di Cronaca Prealpina”, ci ha dato conferma dei soggiorni della poetessa a Veddo, sottolineando l’orgoglio dell’influenza della terra varesina nelle sue opere.

[…] “Ma la rivelazione più splendida ed immediata del genio del luogo, che si imprime irresistibilmente nella fantasia e nell’anima, e la avvince nella commozione e con un indefinibile sentimento di elevazione e di bellezza, che intender non lo può se non chi la prova: questa rivelazione la dobbiamo ad Ada Negri.

Chi non ha letto? Chi non ha almeno sentito discorrere del suo nuovissimo volume? – Eppure – non è troppa audacia l’affermarlo! – fra tanti spropositati richiami e tanti laudativi rapporti: fra le inconsulte apoteosi e le viperine insinuazioni, noi, gente di campagna, cui però non sono ignote le tempeste del cuore e della mente; noi cui pur preme un’ansia di giustizia verso i deboli e per gli oppressi, noi sentiamo che la inspirazione ed il genio di Ada Negri si esplica meglio, qui fra i monti varesini, che non nella città rumorosa; chè le gemme e le perle del suo volume sono queste.

Essa, che da anni, durante le vacanze estive, va a rifugiarsi lassù a Veddo, la prima tappa dell’erto sentiero che da Maccagno incomincia, e sale a Garabiolo, a Cadero, a Graglio; s’incontra sull’ora del tramonto, un una schiera di donne che, a passi gravi e lenti, tornano dalla riva, portando ciascuna una lunga asse sopra le curve spalle.            

Io chiesi: “Che portate,

Donne, al paese vostro, e qual pensiero

Vi cruccia, che pel brutto, erto sentiero

Fra pianti e preci andate? …” -

Ed elle, a voce bassa:

“Del curato è doman la sepoltura:

Poi che mancan, rechiam da la pianura

I legni per la cassa.

Egli era buono. – Oh quanta,

Quanta dolcezza ne le sue parole! …

Quasi parea fiorissero viole

Da quella bocca santa:

Per ogni afflitto cuore,

Per ogni piaga un balsamo egli avea.

E compatire e perdonar sapea,

Ed insegnò l’amore! … “

… Dissero: e miti orando,

Le gentili sparir dietro gli abeti,

De la montagna pei recessi queti

Funebri echi destando.

“De profundis clamavi …”

… Pace a l’anima tua, pace, o vegliardo,

Che, Dio portasti nel clemente sguardo

E nei detti soavi:

Che ai solitari, ai mesti,

Ai deboli, ai fanciulli eri sostegno:

Che, molto amando, lo spregiato regno

De gli umili scegliesti! …

“De profundis …” Le cime

L’ultimo sole illuminò di rosa;

Palpitò nel silenzio d’ogni cosa

Una pietà sublime;

E tutto in alto parve

Raccogliersi in un pio senso di morte:

Poi da le cime inesplorate, assorte,

Luce e pensiero sparve.

 

Ed ora leggete anche queste strofe dal titolo:

Risveglio fra i monti:

 

De l’alba al mite brivido

Il paesello s’è destato or ora.

Il sol non fulge ancora

Di sopra a le montagne alte e sognanti.

Di sopra a le montagne alte e sognanti.

Nel ciel che si perde e sfuma

L’ultima trasparenza de la bruma:

Anime e cose salgono.

De le casette rustiche

Disperse a gruppi sul montano fianco

Narra il profilo bianco

Tutto un passato di squisita pace:

Tutto un presente di squisita pace

L’acqua d’una fontana

Gorgogliando laggiù, garrula e piana,

Nel silenzio bisbiglia.

 

Ed ora non dite se questa non è la vera, la possente poesia rivelatrice di ciò che vi ha di grande e divino nell’animo e nella natura! Dite se pensiero, immagine e ritmo potrebbero fondersi con una maggior efficacia ed una maggiore spontaneità! […]”

L’affermazione di Luigi Zanzi, che “il genio” della poetessa “e la inspirazione” si esplicassero meglio “qui tra i monti varesini”, trova conferma proprio in una lettera che la poetessa aveva scritto a Ettore Patrizi l’8 agosto 1893, da Veddo: “[…] è così bello qui e in poesia ho il getto così limpido e così potente! […]”

Il 28 marzo 1893, invece, pensando già al luogo dove avrebbe trascorso la villeggiatura, scrive: “In mezzo alla verginità dei campi e della montagna, io diventerò un’altra; io sarò più forte, più libera, più felice […] Rimanere in campagna sola sola con la mia mamma, senza altri pensieri che lo splendido ideale del mio libro […].” E ancora, in una lettera del 18 aprile 1893: “Ho una immensa nostalgia di campagna, di vita rustica, di riposo, di sogno. E’ dal sogno che scoppia la lirica”.

Riportando poi una conversazione appena avuta con Anna Kuliscioff, il 14 maggio 1893, scrive: “Che montatura può avere il vostro ingegno quaggiù? […] Andatevene in campagna, nascondetevi tra i monti; portate con voi fasci di libri; là, immedesimata colla robusta verginità della natura, rimanete fino a quando una grande, complessa, vitale opera poetica che sia tutta un avvenire, non abbia sbocciato da voi come un edelweiss da una roccia montanina. Poi tornate in città.”

Nel successivo mese di luglio, Ada Negri va in montagna, “alla ricerca della sua forza e della (sua) originalità d’artista. Si sente inquieta e, come al solito scambia lo stato d’animo febbrile in cui si trova con lo stato poetico che s’accompagna alla febbre del lavoro. Scrive una poesia subito accantonata che intitola Ferita, greve e di nessun valore, ma con una sua importanza perché inaugura quel registro alterno, eroico e utopistico da una parte, segreto e piangente dall’altra, che regola poi tutto il carteggio: ‘Me pur dilania il sen cupa una fitta, / In me pur s’apre una ferita acerba’. Torna il pensiero fisso: ‘Adesso mi freme nella mente un altro concetto, così largo che è quasi vittorughiano. Ho paura di quel concetto, ma certamente mi riuscirà; lo voglio’ (31 luglio ’93). Stende elenchi di titoli cambiandone senza posa l’ordine, manda molte poesie, incrocia testi ricopiati e correzioni di cui tenere conto.” Il 31 luglio Ada Negri scrive: “Ho corretto e disposto, e sono contenta: il libro è al suo principio; ma L’incendio della miniera, Fanciullo, Sciopero, Sgombero forzato, Casa triste, L’erede, L’ultimo Duca, Chèrie, Adultera, La vedova dell’annegato e, qualche altra, danno già un carattere deciso e ribelle a questa prima parte. Anche il canto dell’Arrivo a Milano, anche Vecchi libri, anche Amor novo, che ti rimando limato. […]”

Da Veddo invierà anche: “Stanchezza, 4 agosto 1893, ispirata alla nostalgia dell’amore materno; Ninna-nanna in soffitta, 6 agosto 1893 che, ripensata e riscritta e riutilizzata in piccola parte, riappare in Maternità come Ninna-nanna di Natale e Nostro figlio, 14 agosto 1893. […]

Il giorno dopo aver composto Nostro figlio, di nuovo scrive – riscrive -  la solita lettera: Quanto al mio libro, esso è alla metà. Sono quaranta liriche finora; […]. Ho ancora davanti a me la parte profetica del libro, la parte veramente grandiosa e caratteristica: il primo canto e l’ultimo mancano, per esempio. Devono essere originalissimi. Le idee vi sono, latenti nel cervello, la scintilla scoppierà da sé, e sarà un incendio, un incendio capisci, Ettore? E ti dico questo, fin d’ora: se l’opera non mi sembrerà assolutamente tipica e superiore di gran lunga a Fatalità, non la pubblico. Pure, sai, c’è qualche cosa di grande, di assoluto, che fermenta qui nella mia testa; forse ne uscirà la grande parola”. Era il 15 agosto 1893. A Ettore scriverà ancora il 3-4 settembre 1893, poi lascia la casa di Cassinelli, si reca a Motta Visconti per un breve periodo e rientra a Milano.

Ada Negri è di nuovo “a Veddo” nell’agosto del 1895 e, a Luigi Majno che la rappresenta presso Treves, scrive così: “Sono furente. Le tue proteste d’amicizia vanno bene, tu sai quanto io ami la tua famiglia. Ersilia buona e te; ma ora, e tu dovresti saperlo, io non vivo che per questo libro […] Voglio combinare con Treves, capisci? E tu pare che dorma! […] Se non combino con Treves, non pubblico il libro e mi ammazzo capisci? Tanto e tanto, non me ne importa più nulla di nulla […]. Bada che io so che Treves ha detto d’esser stanco morto, di non voler essere un pis-aller e che rinunciava volentieri a pubblicare il mio libro. Se ciò accade, guai.

E ancora a Majno, in una integrazione al testo della lettera scritta, da Veddo,  il 12 agosto 1895: “Ieri ho scritto una lirica che è fra le mie più belle; oggi sono ancora tutta spezzata dalla febbre dell’ispirazione e, nella tua lettera, nulla, nulla che mi parli di qualcosa di concreto, nulla intorno al mio libro? […] tu ti chiami mio amico e non fai quello che ora sarebbe la mia salvezza: v’è un uomo in America che dice d’amarmi e mi avvelena questi pochi anni che mi rimangono di vita […]. Inedito, Archivio Majno”.

Circa un mese dopo però, ritrovata la serenità, il 15 settembre 1895, scrive ancora da Veddo e annuncia al fidanzato: “Pubblicherò quest’inverno il mio secondo libro […]. Il periodo che in Italia si sta purtroppo attraversando è di reazione violenta verso le idee nuove […] Non mi sostengono nella lotta che l’amicizia dei Majno e la fede nella mia arte.”

Con Ettore Patrizi si stanno però infittendo le incomprensioni e, in una lettera Ada Negri scrive: “Sono qui a Veddo, assolutamente sola, anche per compiacere la tua volontà che mi vorrebbe separata da tutto il mondo abitato”. Il Patrizi, nonostante sulla stampa e nei comizi difenda l’emancipazione femminile, sottopone la fidanzata a rimproveri e gelosie che la offendono e lei si ribella: “Non è ammanettando i polsi ad una donna d’ingegno che la si rende felice”. Eppure continua ad aggiornarlo su tutto, scrivendogli molte lettere. I lunghi silenzi del Patrizi suscitano però in lei sofferenza e scrive: “Mi prese il sentimento che tu riuscirai a dimenticarmi”. In altre tre corrispondenze da Veddo, del 29 e 30 agosto e 3 settembre 1893, rimprovera nuovamente al fidanzato l’inspiegabile silenzio col quale si dimostra “non un amante, ma un uomo duro, esigente, pronto a chiedere, anzi a imporre, mosso da gelosia, l’isolamento della fidanzata.”

Ma è nel testo che Mons. Mauro Pea ha ripresentato nel 1970, in occasione delle celebrazioni del Centenario della nascita di Ada Negri, più completo rispetto alla prima edizione del 1958, che troviamo una serie di lettere e poesie inedite, legate proprio ai suoi soggiorni “a Veddo”. Questi scritti ci danno conferma di quanto l’ambiente abbia influito sulle sue opere.

Il 23 giugno 1893, la poetessa comunica all’amica Chiarina “che, appena terminati gli esami, si rifugerà in un eremo sul Lago Maggiore, cioè a Veddo (dove scriverà un gruppo di poesie rimaste inedite).” E qui, “a Veddo (sopra Luino) ove passa con la madre le vacanze estive del ’93, si dedica alla lettura e alla composizione. Oltre che opere di Whitman, di Zola, di Hugo, di Ibsen, ne legge pure altre di scienze sociali, di religione, libri di idee socialiste, uno dei quali datole da Anna Kuliscioff. ‘Le mie idee socialiste si sono largamente confermate dopo questa lettura; o, piuttosto, il mio istinto socialista è divenuto ora vera e propria convinzione …’ (15-VIII)

Numerose sono le liriche che a Veddo compone e manda al fidanzato: ‘Risveglio tra i monti’, ‘Ai monti’, ‘Terra’, ‘Adultera’. ‘Chèrie’, della quale afferma: ‘Certamente è una fra le mie liriche più sgraziatamente umane’. Il concetto deriva da ‘Adultera’.

Nelle lettere dalla montagna parla sovente del nuovo libro a cui lavora intensamente: ‘Il mio libro prende carattere e si delinea a grandi tratti nella mia mente; sono presa dalla febbre del lavoro … Nei sublimi silenzi di queste meravigliose solitudini non ascolto che le strane e ribelli voci del mio ingegno’. (29.VII). Al lavoro di prima stesura segue, anche più faticoso, quello della lima. Mentre va sottoponendo a questo travaglio elaborativo alcune liriche come ‘Amor novo’, ‘Vecchi libri’, scrive al Patrizi: ‘Oh la potenza della lima! … L’estro crea il libro, la lima lo educa; certamente non lo deve svisare, come qualche volta svisa l’uomo una falsa educazione’. (Lettera del 31.VII). Talvolta, sfinita dalla fatica, si rivolge ai ‘vecchi libri’: Oh, lasciatemi andar per le boscaglie, fra i sorrisi de l’alte erbe e del grano … e, come liberata da quel peso, gode d’immergersi, durante gite solitarie, nella contemplazione della natura. Scrive nella medesima lettera: ‘La ventitreenne poetessa corre i monti, sola, col suo semplice vestito bleu scuro, di tela, alla marinara, con la blouse sciolta e il collettone arrovesciato, listato di bianco’.

A Veddo e nei dintorni vien subito conosciuta e notata come la poetessa di Fatalità; tuttavia, desiderata da famiglie di notabili, rifiuta ogni invito; deve studiare, comporre, non ha tempo da perdere. Criticata, anche con lettere anonime, dal pettegolezzo locale, non se ne cura, lei che non si cura neppure della notizia che Fatalità è stato posto all’Indice (8-VIII).

Torna, nella corrispondenza epistolare sul tema preferito del volume in preparazione: ‘Quanto al mio libro, esso è alla metà. Sono quaranta liriche finora; ma qualcheduna andrà forse a tener compagnia alle altre già scartate … ho ancora davanti a me la parte profetica del libro, la parte veramente grandiosa e caratteristica: il primo canto e l’ultimo mancano … Devono essere originalissimi … Se l’opera non mi sembrerà di gran lunga superiore a Fatalità, non la pubblico … C’è qualcosa di grande, di assoluto che fermenta qui nella mia testa; forse ne uscirà la grande parola’. […]”

E ancora, a proposito del lavoro che avrebbe svolto a Veddo, in una lettera al Patrizi del 20.6.1893: “Farò molto in montagna … Scoppieranno liriche robuste inspirate all’amore e alla pietà umana e sbocceranno le semplici liriche pure e schiette della natura.”

Anche Pea ci dà la conferma che, nell’estate 1895, Ada Negri, per le sue vacanze estive “torna, come due anni prima, a Veddo, nella ‘assoluta’ solitudine alla quale mi sono condannata da due mesi, per non vivere che col mio libro; vita di pensiero, di tristezza e di febbre, che ha raffinato le mie sensazioni al massimo grado […] (Veddo, 15-IX-’95).

A Veddo, durante la villeggiatura dell’estate 1893, la poetessa compose alcune liriche che Pea riporta nell’Appendice del suo libro, sotto il titolo “poesie inedite”. Quattro di queste poesie portano, scritte di pugno, oltre alla data del 1893, anche il nome “di quel piccolo borgo che si affaccia sullo specchio azzurro del Verbano”. La prima breve lirica, ‘Ferita’, reca la data del 22 luglio. La poetessa, dall’alto del suo rifugio, osserva gruppi di operai che, laggiù, sulla riva opposta del lago, s’affaticano in un’opera di scavo nel fianco della montagna. La roccia viva cede lentamente al ritmico martellar del piccone, la ferita s’allarga, s’infossa, penetra fino al cuore della montagna, la quale, con l’aerea vetta avvolta nelle nubi,

‘Calma nel martellar del suo dolore …

Tace, mirando i cieli’.

La poesia reca in calce la scritta: “Veddo (Lago Maggiore, 22 Luglio 1893”. Anche “Stanchezza”, riporta: “Veddo, 4 Agosto 1893” mentre “Ninna-nanna in soffitta”, “Veddo, 6 Agosto 1893”. “Nostro figlio”, è invece l’ultima lirica composta a Veddo dalla poetessa, “Veddo, 14 Agosto 1893”.

Ada Negri durante le giornate di villeggiatura nella nostra zona, dedicava molto tempo alla corrispondenza. Gran parte del tempo lo dedicava poi allo studio e alla scrittura.

Il posto dove amava ritirarsi a studiare si trovava ai piedi della nota cascata, che scorreva proprio vicina alla casa delle sue vacanze. L’edificio, allora, era circondato da campagna coltivata e da cascine, radunate a gruppi di due o tre, tutte di proprietà di famiglie di Garabiolo che, tutti i giorni, si recavano fin lì per accudire il bestiame e curare la terra.

E’ facile allora riconoscere nella poesia “Risveglio tra i monti” le “casette rustiche disperse a gruppi sul montano fianco” e l’amata cascata d’acqua, che si trovava in prossimità dell’antica strada per la Val Veddasca. Un ponticello, tuttora visibile, attraversava il ruscello che scorre su una lunga parete di roccia.  E’ sicuramente su quella strada che, all’ora del tramonto, la poetessa vide la “breve schiera di femmine pallenti, chino lo sguardo, e passi gravi e lenti, su per la montana via. Tornavan da la valle. Ombrate il volto da una triste idea: E ciascuna una lunga asse tenea sopra le curve spalle …”

Poiché non era dato sapere a quale parroco si riferissero i versi di questa poesia, dal titolo “Per la bara”, ho avviato una lunga ricerca che mi ha portata al ritrovamento della tomba di Don Giuseppe Limido, morto a Graglio il 31 luglio 1893. La data della morte del sacerdote, coincide col periodo in cui Ada Negri si trovava ai Cassinelli e questo avvalora la mia tesi che i versi della poesia fossero dedicati proprio a lui. A Don Giuseppe Limido che, alcuni anni prima, aveva rinunciato all’incarico di parroco di Graglio ma aveva continuato ad abitare nel paese, in una casa di sua proprietà, adiacente alla chiesa, probabilmente proprio per l’affetto che lo legava alla popolazione.

Ma torniamo ad Ada Negri e al suo legame col nostro territorio e, in particolare, con Garabiolo. Le notizie dell’amicizia che la legava alla nota famiglia Margaritella, sono ormai conosciute grazie anche a Graziano Ballinari, ex curatore del Museo Etnografico della Val Veddasca, che a suo tempo ha organizzato una mostra proprio in onore della famosa poetessa e scrittrice. Sappiamo anche che i suoi momenti di svago, li trascorreva, con la madre, proprio a Garabiolo dove si diceva che Elisa e il marito Giuseppe fossero tra gli invitati al matrimonio della Negri con Giovanni Garlanda, avvenuto nel 1896. E ancora si diceva che fu proprio la signora Elisa a consigliare alla poetessa la casa di Cassinelli, per soggiornare in campagna, in quel luogo tranquillo ed isolato che tanta influenza ha avuto nelle sue opere.

 

Nadia Zanelli, Dove le pietre raccontano antiche storie, ed. Lativa, Varese, dicembre 2012, pp. 58/67

 

 

 

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