Sembra ormai segnato a
un triste destino e al crollo completo uno dei ponti più celebri e simbolo
della Val Veddasca, perché legato alla storia e alle tradizioni della valle.
A breve di questo ponte
non resterà più nulla, una parte è già crollata e quel che rimane resterà in
piedi ancora per poco. Così la Val Veddasca, dopo aver perso i suoi antichi
mulini, costruiti sulle sponde del torrente Casmera, perderà un altro pezzo
della secolare storia.
Il ponte è situato in un
passaggio suggestivo che, in passato, è stato anche un richiamo turistico ed è
stato più volte citato in testi antichi.
La prima citazione
risale al 14 novembre 1559, nel documento che sanciva la divisione dalle
prerogative parrocchiali dalla parrocchia di Campagnano, costituendo la chiesa
di San Lorenzo di Armio in parrocchiale, con giurisdizione su Cadero, Graglio,
Lozzo e Biegno.
Nel prolisso atto notarile
è infatti riportato che il rettore della chiesa di S. Martino di Campagnano,
Fiorenzo de Mandellis, aveva giurisdizione su tutti i luoghi di Campagnano,
Musignano, Garabiolo, Biegno, Armio, Graglio e Cadero in Val Veddasca. Questi
luoghi erano assai dislocati e, tra i primi tre e gli altri si interponeva
l’orrida valle Casmera “locus appellatus la Casmera periclitosus et tali qui
tempore iemali efficitur glaciali set pro minima quoque pluvia efficitur et est
inaccessibilis et co in loco sepenumero periclitarunt et periclitant quamplures
persone sexus utriusque”, tanto che il rettore di San Martino era spesso
impossibilitato a recarsi oltre.
A farla breve, pare
proprio che il prete Fiorenzo concesse il suo consenso alla divisione della
parrocchia perché di certo “ne aveva fin sopra i capelli di arrampicarsi su e
giù per quei bricchi” e di attraversare il pericoloso orrido della Casmera.
Arriviamo poi al
1881 quando il teologo Giuliano Moro, in una novella tratta da “Dieci novelle
pei giovinetti”, descrive così la pittoresca vallata e il piccolo ponte che vi
è a cavaliere: “Nell’uscire da Garabiolo si presenta tosto allo sguardo il
paese di Cadero, che si vede di fronte e ad una breve elevatezza. Chi per la
prima volta viaggia su quei luoghi crede di arrivare a Cadero in pochi minuti e
su una linea retta; invece per giungervi è giocoforza girare una profonda valle
ed impiegarvi tre volte più del tempo. E’ ben vero che la vallata che si deve
attraversare è assai pittoresca, e non di rado vi trovi pittori e pittrici, là
venuti per ritrarre le acque spumeggianti della Cadrigna che è l’emissario del
lago Delio, il quale precipita tra le sporgenti rocce e vari salti per unirsi
al Giona e correre assieme al lago; o per delineare il piccolo ponte che vi è a
cavaliere, ed il mulino che vi rumoreggia a pochi passi a ridosso del monte, o
per tratteggiare la sovrastante stretta valle colle sue irregolari sporgenze e
le annose piante i di cui rami s’intrecciano sovra le correnti acque. Tutte
belle cose poetiche e pittoresche, se vuoi, ma che non bastano ad accontentare
chi ha fretta di arrivare al paese. Ed oh quante volte corse al mio pensiero
uno di quegl’arditi ponti di ferro, che ai nostri giorni si costruiscono per
abbreviare le distanze ed unire le opposte sponde!”.
Nel 1912 è
ancora un sacerdote, Don Celestino Del Torchio, residente a San Martino, a
fornirci una bella descrizione del paesaggio: “Non vi siete mai chiesti se le
pittoresche fantasiose strade a picco di burroni profondi, a ridosso di roccie
mastodontiche nereggianti d’un orrida cupezza, protendentisi in una tentazione
secolare di schiacciare l’ardimentoso o il temerario che viaggi al riparo della
loro placida ombra siano parti di una fervida immaginazione o labili illusioni
di forzi umani nella riproduzione di terrificanti films cinematografiche?
Ebbene seguendo la strada che da Garabiolo conduce a Cadero, vi convincerete
del contrario.
E' il quadro più
tragico che la più scapigliata mente d’artista abbia mai potuto tradurre e
fissare su di una tela.
In un angolo
profondo nel quale le montagne sembra abbiano voluto avvicinarsi per meglio
conoscersi: fra queste rocce, fra questi macigni di una cubazione immensa che
pare schiaccino ed impediscano il passo ed il respiro, voi sognate e vivete nel
contempo il più orrido e maestoso paesaggio che natura vi può offrire. E’ il
passo della Casmera, emissario del lago d’Elio!
Da una gola, una
valle stretta e profonda, fra la danza di mille macigni balzati a capriccio fin
laggiù, voi vedete umili cascatelle d’acqua che precipitano e si rompono in una
festa di schiuma, per poi disperdersi all’infinito”.
Quando passo di lì e,
dal sovrastante ponte carrozzabile, vedo quel che resta del vecchio ponte, mi
viene da pensare a tutte le genti che vi sono passate, quando era l’unica via
di collegamento con l’alta valle e di grande utilità per i transiti.
Quel ponte rappresentava
il territorio. Un patrimonio perduto di cui resteranno solo foto sbiadite dal
tempo e, forse, qualche dipinto.
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